Sogni di metallo di Antonio Castronovo
Nella biografia di Tommaso Ragnisco spicca un episodio: studente di Industrial Design, giunse alla tesi di laurea con un progetto di astronave.
Nulla di speciale - diremmo - e invece qualcosa non torna: un normale studente di quella disciplina si cimenta con un utensile, un oggetto della vita quotidiana, al fine di rendere più amabile uno spicchio di esistenza quotidiana.
Ragnisco invece no: per lui Industrial Design significa anche realizzare una macchina articolata, composita, ma saldamente prodotta dall’officina della fantasia e affidata al mondo del sogno (“se mi dovessi raccontare direi che mi occupo di sognare”, confessa così il suo intimo côté). E in questo fatto c’è già una personalità intera. C’è l’inclinazione a slittare sulla superficie della tecnica, a farlo con la tenerezza dell’illusione, dell’ingegno chimerico. Poi si scopre che dopo, da laureato in fantasia, Ragnisco s’è occupato (e ancora si occupa) di cortometraggi, di macchine sceniche teatrali, di effetti speciali et similia.
Sono tutti dati propedeutici che aiutano a fruire correttamente le macchine antropomorfe della sua collezione “Ritratti di Robot”, felice fusione di addobbi rinascimentali e fantasie futuribili. Osservandoli mi sono chiesto da quale piega mentale provengano, e ne ho concluso che è la medesima da me vellicata quando mi misi a narrare, con operazione tutta letteraria, le Macchine Fantastiche (Stampa Alternativa): la piega mentale che considera ogni macchina un prodotto di immaginazione, prima ancora che di attitudine funzionale.
La prima cosa che salta all’occhio è che questi robot sono vivificati da un particolare polposo: quelle labbra-guance che non fanno parte intrinseca della struttura meccanica. Vi sono soltanto appoggiate.
Se siamo colti dal sospetto che queste macchine siano dei cyborg e ci sbagliamo: quelli veri rispettano un diverso equilibrio, hanno parecchie parti umane e poche metalliche; qui invece, a parte le labbra carnose, il resto è macchina.
Spiccano i lunghi colli muliebri di metallo, che s’incardinano in mascelle di avvenente titanio, e in basso si dilatano in acerbi seni che, protetti da panni arabescati, alludono a una lunare, argentea femminilità. L’acconciatura metallica della creatura di Pensiero riflesso s’increspa in un motivo patafisico, la gidouille che s’arriccia sulla pancia di Ubu Re. Ma è la sola, inconsapevole concessione all’umorismo: gli occhi tornano alla serietà metallica, sono quelli enormi dell’ape, anche se gelidamente lisci e senza ocelli: sogno arcaico di vespa che si protrae nelle ben ripartite masse anatomiche di Pensiero materno. Dunque macchine, nelle quali Ragnisco ha infuso il proprio sogno, macchine che ormai sono uomo, e soffrono come il Primo uomo crocefisso.
Macchine che riecheggiano il sogno che fu dell’autore, quando affrontò l’esame di laurea con un’astronave: ora trasfigurata nella Monade, che aleggiante domina una natura verde ma senza uomini di carne, livida visione di mondo vuoto che già transitò nella mente di Leopardi.
Un mondo vuoto in cui si accendono le orbite rosse, vive guizzanti, delle creature di Ragnisco.
Antonio Castronovo
Testo di presentazione scritto in occasione della mostra (e relativo catalogo) di Tommaso Ragnisco, Antropolis Ritratti di Robot, a cura di Ginevra Bentivoglio
Roma, Ginevra Bentivoglio EditoriA
22 ottobre - 8 novembre 2009
Fiducia nelle Macchine di Daniele Ferrara
Questi ritratti di robot proiettano in pittura un’intensa attività creativa e tecnica finora dedicata da Tommaso Ragnisco agli effetti speciali, alle macchine sceniche, agli automi e ad altre varie ‘diavolerie’ che hanno trovato utilizzo di volta in volta in vari ambiti artistici e della comunicazione, dalle scenografie teatrali e cinematografiche agli apparati didattici museali, alla pubblicità.
Una costante nei diversi ambiti della produzione dell’artefice Ragnisco (non si può che definirlo così per la sua poliedricità tecnica) è l’immaginazione di una umanità fatta di creature fantastiche e di uomini-macchina, cui ora dà vita ricorrendo ai codici espressivi della gloriosa tradizione del ritratto.
Sono raffigurati ‘esseri’ perfetti ed eleganti - per forme, materiali, meccanismi e ornati -, ma dall’espressione inquietante. L’uso di composizioni, modelli, costumi desunti dal Rinascimento italiano è voluto al fine di rendere la ‘particolare bellezza’ dei personaggi, i cui volti ci pongono di fronte alla ‘meravigliosa mostruosità’ dei meccanismi. I personaggi - insieme anche alle rappresentazioni di città, di creature antropomorfe e architettoniche (in un continuo ribaltamento dei canoni classici), di misteriosi oggetti - non suggeriscono nuove riflessioni surreali; non sono un’attualizzazione contemporanea dei manichini metafisici; non esaltano la civiltà delle macchine e non si propongono come rappresentazioni fra magia e fantascienza.
Questi soggetti potrebbero essere effettivamente costruiti e animati da Ragnisco e invece, fissati entro una classica tipologia di rappresentazione - peraltro dotata dei consueti attributi esprimenti socialità e habitat umani (i ricchi abiti e la naturale varietà dei paesaggi) -, vengono messi a nudo attraverso l’esibizione dei loro meccanismi.
I robot sono rivelati e celebrati come tali attraverso il ritratto, divenendo così metafora della dignità della macchina: si pongono controcorrente rispetto al mito secolare - tuttora persistente - dell’automa imitante l’uomo e suggeriscono al tempo stesso che la macchina non è soltanto una scatola con circuiti e meccanismi.
Ragnisco mi pare esprima una fiducia riposta nell’ingegno umano creatore di macchine. Da abile artefice - e riuso il termine antico per i significati sottesi di padronanza delle tecniche e di parità fra ideazione e realizzazione, proprio per distinguerlo da molti degli artisti contemporanei - il nostro autore sa bene che la tecnica spalanca sconfinati spazi di espressione, che possono lasciare il campo a risultati imprevisti. Potrebbe essere banale evocare Blade Runner, ma non riesco a farne a meno ritenendo che Ragnisco, dalla sua originale angolazione, suggerisce che dall’uomo e dalla sua anima dipende ciò che esso saprà infondere alla macchina e i benefici che potrà trarne.
Daniele Ferrara
Riflessione critica scritta in occasione della mostra (e relativo catalogo) di Tommaso Ragnisco, Antropolis Ritratti di Robot, a cura di Ginevra Bentivoglio
Roma, Ginevra Bentivoglio EditoriA
22 ottobre - 8 novembre 2009
Nostalgia del futuro di Paolo Balmas
La vera misura del potere fascinatorio di un’immagine di Science Fiction non va cercata, come si potrebbe credere, nell’insieme degli effetti narrativi, tra il logico e il paradossale, che consegue allo spostamento in avanti delle sue coordinate temporali, bensì in un più sottile e pervasivo “effetto emergente” che tutti gli altri sovrasta e coordina e che potremmo definire come una inattesa capacità di sedurre la nostra immaginazione piegandola a preferire la flagranza dell’apparire al meschino e realistico continuum della storia.
Un effetto o, se si vuole, una proprietà di sistema, che al capo opposto di un immaginario filo di collegamento trova il suo omologo nel principio stesso per cui a nessuno verrebbe mai in mente di collocare le più antiche vicende degli dei dell’Olimpo in una preistoria da manuale popolata di cavernicoli e mammut.
Come i “Ritratti di Robot” di qualche anno fa anche le “Basiliche Volanti” presentate da Tommaso Ragnisco in questa mostra indagano proprio quella sorta d’area franca impermeabile al contingente e refrattaria al quotidiano che ha animato sin dal suo sorgere l’universo della Fantascienza, ma la indagano non per svelare il segreto fondativo di un genere letterario, artistico o cinematografico, di cui in fin dei conti, ogni appassionato cultore è già in qualche modo parzialmente depositario, quanto per portare allo scoperto e illuminare di una luce nuova tutta una serie d’implicazioni estetiche e motivazionali che vanno al di là dei problemi legati alla sola messa in forma del testo visivo.
Volendo esaminare tali implicazioni a partire dall’evidenza più esterna dell’opera, dalla sua compiutezza descrittiva, ciò che subito attira la nostra attenzione è il serrato rapporto tra coerenza e improbabilità caratteristico delle immagini che abbiamo davanti; un rapporto che spinge lo spettatore a chiedersi prima d’ogni altra cosa quale possa essere l’origine e la ragion d’essere degli oggetti e degli scenari raffigurati.
Chi mai può aver avuto bisogno di costruire ed utilizzare sofisticatissime macchine volanti esplicitamente ispirate ad una tecnologia obsoleta, statica e inutilmente dettagliata come quella dell’architettura sacra Cinque-Seicentesca? E per quale mai ragione qualcuno dovrebbe attraversare lo spazio cosmico o sovrastare quello più limitato di un pianeta simile al nostro con una flotta di astronavi le cui unità mobili possono essere sia lanciate in avanti in una folle accelerazione che schierate in formazione secondo schemi geometrici ispirati ad un controllo del territorio più simbolico che fattuale? Ma soprattutto in quale era ciò potrebbe essere accaduto? Dopo quali stranianti eventi? Entro quale prospettiva di dominio o sviluppo?
A fil di logica saremmo portati ad escludere subito il genere umano, o almeno un genere umano equilibratamente evolutosi, che simili contraddizioni avrebbe con buona probabilità saputo evitare, mentre non sarebbe da escludere una sua variante o appendice mostruosamente degenerata e dedita a chissà quali culti misterici.
Ripensando però al precedente ciclo di lavori di Ragnisco viene da pensare che non tanto alla specie umana ci si debba riferire per interpretare correttamente i suoi dipinti, disegni e sculture, quanto semmai ad una comunità di Robot ormai svincolatasi dagli originari creatori, quella stessa genìa che abbiamo già visto intenta ad inseguire un’improbabile riqualificazione attraverso la pratica nobilitante della pittura con la costituzione di una vera e propria galleria di ritratti di ascendenza rinascimentale.
Se così fosse, se la ricerca di un senso della storia, già ampiamente contestata dagli umani prima della loro sparizione, avesse definitivamente lasciato il posto ad un continuo rimescolamento di pure suggestioni, ecco allora che diverrebbe perfettamente comprensibile come dei nostri antichi “valori” i nuovi detentori del potere non avrebbero più saputo individuare che i precipitati formali, quelli, almeno, ancora passibili di essere resuscitati attraverso la manipolazione di residue stringhe di programmi genetici o di pacchetti di software nascosti nelle pieghe di altri software. Ed ecco ancora che i reperti iconici di una civiltà dell’informazione divenuta pura archeologia telematica avrebbero potuto essere facilmente trasformati in una sorta di gioco araldico con il quale misurarsi nella costruzione dei propri strumenti di guerra o di contesa.
Se è questo ciò di cui ci parlano le Basiliche Volanti di Ragnisco e tutte le altre immagini ad esse correlate, non resta che da chiedersi perché certe immagini e non altre? Perché il progetto architettonico e il suo rilievo grafico? Perché gli ordini classici e la loro rielaborazione barocca? Perché gli edifici di culto dell’Occidente Cristiano con le loro cupole, i loro frontoni e i loro interni che riflettono l’esterno?
Dare una risposta non è facile, ma la passione stessa, la rinnovata energia e la paziente determinazione con cui il nostro artista si dedica alla realizzazione delle sue scenografie virtuali ci indicano la strada: ciò che ci coinvolge nel progetto di architettura, come nel disegno industriale o nel filmato cinematografico, non è la bellezza intesa quale rispetto di un canone fatto di equilibri, simmetrie, partiture, ritmi e rispondenze, bensì la gratificante sensazione di corrispondenza fra trasformazione spaziale e investimento libidico che si instaura quando il desiderio sa darsi una regola che lo metta in movimento e lo aiuti a trasformare la pura potenzialità in processo di avvicinamento, la conoscenza in accarezzamento mentale e l’utilizzazione in atto d’amore.
Quale sia il codice conformativo da cui si parte non è importante, l’essenziale è che sia evidente l’autolimitazione simbolica da cui muovere non per il puro gusto di trasgredirla, ma per entrare in sintonia con ciò a cui la trasgressione stessa apre le porte, per aderire progressivamente ad un’idea creativa di funzionalità che escluda il robot e recuperi la persona.
Forse siamo ancora in tempo e comunque anche se così non fosse nessuno ci impedisce di provare a costruire un sogno fuori dal tempo della storia. Di fare una scelta che anteponga la luminosa nostalgia del mito a quella primordiale e mai sopita del caos.
Paolo Balmas
Presentazione e riflessione critica scritta in occasione della mostra (e relativo catalogo) di Tommaso Ragnisco, Antropolis Basiliche Volanti, a cura di Paolo Balmas
Roma, Oratorio dell'Arciconfraternita di Santa Caterina da Siena
24-26 Maggio 2013
“Design” e fantascienza, in un connubio qualitativo
di Federico Raponi
Immerso tra gli effetti speciali dai 13 ai 18 anni, Tommaso Ragnisco ha metabolizzato la fantascienza statunitense e Hans Ruedi Giger a partire dalle icone più classiche del genere: l’astronave e il robot. Allargando il campo, con la volontà estetica di comporre e combinare elementi, percepisce la fantascienza del Rinascimento; del quale ama soprattutto la pittura italiana, più fresca e leggera. Piero della Francesca, con i suoi profili perfetti e l’uso della luce, il Pollaiolo e, chiaramente, Leonardo. Oppure Jan Van Eyck e i fiamminghi, dalle tele quasi in HD. Anzi, su pellicola.
Nel 1995, Ragnisco dà bidimensionalità a una visione: il bozzetto del busto di un essere, metà uomo metà ingranaggio, su fondale nero. E’ il primo “Robioide”, fusione di carne e metallo. Perchè un ritratto? Intorno all’uomo ruota la Storia, per questo un volto è evocativo, e non si ferma ai suoi tratti. Significa, pure, la cosa più emozionante da rappresentare, in qualità di contenitore, di sintesi di un vissuto.
Tommaso vede sè stesso, con un monitor, davanti a un soggetto nei panneggi – che i maestri rinascimentali sembravano aver cucito e confezionato – della brillantezza di Albrecht Dürer. Traduce il prototipo anche in una scultura, come artigiano d’antica bottega, quando c’era meno specializzazione – che lui non considera propria dell’artista – e ci si dedicava, alternativamente: alla tavolozza, allo scalpello, alla fusione, al progetto architettonico. Mentre girava intorno all’idea di un cortometraggio che sviluppasse il disegno, prosegue con altri ritratti, fossero anche utilizzabili “solo” come oggetti di scena.
Da Hans Holbein mutua le date poste al fianco dei busti, però con una lettura bidirezionale che rimarca l’unione di due epoche separate da secoli. Passa molto tempo a guardare, per la scelta dei colori. Aveva pensato alla luminosità dell’olio su rame di Carracci, ma il procedimento richiede molto tempo. In questo, il computer gli è venuto in aiuto, utilissimo nella trasformazione alchemica che lo porta a quelli che definisce “oli digitali”.
Gioca sulla simulazione.
Ma, in fondo, la materia di un’opera non determina l’impatto iniziale dello sguardo, e di fronte a una scultura di Gian Lorenzo Bernini non pensi subito: «è di marmo». Prima, con le matite, cerca l’equilibrio formale, la curva che gli parli e su cui focalizzarsi per trovare le sagome. Il risultato viene, quindi, sottoposto a scansione e cromatizzato, tramite pixel. Infine, la stampa su tela, dove gli stessi tocchi del “mouse” sono ripetuti col pennello, per passare butadiene e colori ad olio, definendo dettagli e piccole luci. Di nuovo simulazione, utilizzata anche per le cornici: vorrebbe trovarle, e adeguare i dipinti al loro formato. Come il committente, che si ritrovava uno spazio vuoto sulla parete e chiedeva al pittore un quadro delle stesse dimensioni.
Ragnisco vede nei propri personaggi qualcosa di molto riconoscibile, e al contempo di nuovo, nascosto.
Gli androidi sono qualcosa di diverso da noi, intelligenza artificiale e biomeccanica. Loro unica parte umana è la bocca, intesa come mezzo di comunicazione. Gli occhi invece – varco dell’anima e, perciò, prerogativa dell’umanità – tutt’al più possono essere le rosse spie tonde dell’Hal 9000 dell’odissea spaziale. Questa galleria di teste costituisce una famiglia, con meccanismi di relazione, intreccio e una storia. Seguendo un’ulteriore direzione, si aggiungono al gruppo un paio di disegni con un maggior livello d’astrazione e surrealismo. Pensati come oggetti, che, però, fanno parte dello stesso nucleo parentale, suoi accessori e pure accenno a un mondo che li contenga.
Questo universo vuole essere il grande schermo – dove già il provino per il “casting” è come un ritratto – sempre nell’ottica della simulazione, gancio che chiude il discorso. Tommaso predilige il cinema retrò, ibridato con il teatro. Lo sfondo delle grandi visioni alla ‘Metropolis’, con pochi elementi, maestosi, ben curati e “matte painting” che consentano rilassatezza dell’occhio e libertà d’interpretazione. E in cui si muovano creature – come in ‘Alien’ o ‘E.T.’ – che suscitano empatia, e su cui è possibile concentrarsi. Insomma, non l’orgia visiva del montaggio contemporaneo, affollato di vacue presenze, guidato e frenetico.
Per gli esterni, immagina architetture rinascimentali, cupole e dirigibili.
Non a caso, la prospettiva era il cinema dell’epoca e le chiese i multisala, mentre il Perugino su un muro poteva vedere una piazza. Ragnisco studia come quegli edifici, leggeri ma ben piantati nel suolo, possono galleggiare, raddoppiati specularmente, ruotati su un piano orizzontale.
Ecco, allora, che parte di una sezione di S.Pietro diventa astronave.
La scena si stringe, quindi, su uno studio “daylight”, quasi una serra. Il luogo di pace, equilibrio ed elaborazione necessari per concentrarsi, ed entrare in risonanza con l’opera. Atmosfere molto curate, come nel ‘Barry Lyndon’ del metodico Stanley Kubrick.
Davanti al cavalletto, l’ultimo uomo di Antropolis, società delle macchine. Sta ritraendo un “cyborg”.
I robot tengono da conto l’umano, e non lo impiegano nelle scienze, ma nell’Arte, proprio per la sua capacità di cogliere l’essenza della vita.
Riflessione critica scritta in occasione della mostra (e relativo catalogo) di Tommaso Ragnisco, Antropolis Ritratti di Robot, a cura di Ginevra Bentivoglio
Roma, Ginevra Bentivoglio EditoriA
22 ottobre - 8 novembre 2009